La storia di successo di Nanomnia raccontata da Marta Bonaconsa, CEO e Co-Founder

Redazione BacktoWork 30/11/2019



Maggiore efficacia dei principi attivi e sostenibilità ambientale: questa la mission di Nanomnia, la startup di nanotecnologie che ha avviato due campagne di equity crowdfunding sulla piattaforma BacktoWork. Il CEO Marta Bonaconsa ci ha raccontato il dietro le quinte di una campagna di crowdfunding di successo. 

Partiamo dal suo background professionale e personale: Marta ha 41 anni, una laurea in Biologia conseguita all’Università di Padova e un dottorato di ricerca in Neuroscienze conseguito a Verona, dove ha conosciuto quelli che sarebbero diventati i Soci fondatori di Nanomnia. 

Mentre costruiva la sua carriera professionale, Marta è diventata mamma di quattro bambini, e le scelte professionali hanno dovuto necessariamente tener conto di quelle personali. Sicuramente il lavoro da ricercatrice richiede molti sacrifici, ma consente anche tanta flessibilità e questo le ha permesso di creare e sviluppare una realtà innovativa come quella di Nanomnia.

L’idea di Nanomnia è nata quando i Soci lavoravano come ricercatori presso l’Università di Verona: Marta nel settore delle neuroscienze, mentre Michele Bovi (oggi CTO) e Pietro Vaccari (Researcher in Nanomnia) lavoravano nel settore delle bio e nanotecnologie. I tre ricercatori si sono ritrovati a lavorare su di un medesimo progetto che necessitava un forte impulso tecnologico per veicolare un farmaco impiegato per una malattia neurodegenerativa in maniera che la sua azione fosse poco tossica, ma molto efficace. Il progetto ha avuto successo e da quel momento sono nate varie collaborazioni che hanno portato Marta, Michele e Pietro a mettere a terra il progetto Nanomnia in modo indipendente e autonomo.

Le prime applicazioni della tecnologia hanno riguardato il settore biomedicale e successivamente altri ambiti come quello dell’agricoltura, dove c’è una forte necessità di innovazione per limitare l’utilizzo estensivo degli agrofarmaci. Con la tecnologia di incapsulamento di Nanomnia, il loro impiego può essere ridotto, in quanto vengono “imbrigliati” in una maglia che li rende altamente efficaci anche con dosaggi minimi, riducendo di conseguenza l’impatto sull’ambiente ed evitando il rilascio di residui microplastici, come impone la recente normativa europea. 

Per un ricercatore, diventare un imprenditore e avvicinarsi ad uno strumento di finanziamento come l’equity crowdfunding non è semplice. La prima campagna è stata indubbiamente un’occasione di enorme crescita, che ha portato il team a cambiare punto di vista, avvicinandosi alle persone, agli investitori e cercando di ascoltare e contestualmente di farsi ascoltare con un vocabolario differente da quello utilizzato in laboratorio. Un percorso faticoso, durante il quale il supporto del team di BacktoWork è stato importante, che ha “fatto bene” a Nanomnia, portando ad importanti risultati. 

Gli sviluppi futuri di Nanomnia? L’idea è quella di una crescita capillare: i settori di applicazione potenzialmente sono molti e il team vorrebbe, uno dopo l’altro, promuovere il loro sviluppo. In questo momento il settore agricolo sta portando importanti risultati, proprio per la necessità urgente di una tecnologia innovativa come quella di Nanomnia, ma a seguire anche nel settore biomedicale, cosmetico, nutraceutico, edilizio e molti altri saranno studiate e sviluppate nuove modalità di applicazione della tecnologia man mano che le opportunità di mercato arriveranno.

Le parole d’ordine per Nanomnia sono quindi crescita capillare e innovazione continua. 


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