Pmi meno indebitate ma anche meno redditizie. C'è bisogno di capitali per uscire dalla palude

Gianni Balduzzi 21/05/2021

Nella fase immediatamente successiva all’emergenza pandemica tutti gli osservatori si sono concentrati sull’effetto che la pandemia e le restrizioni imposte per affrontarla hanno avuto sui fatturati delle aziende e sull’occupazione. Soprattutto in alcuni settori, quelli più colpiti da una crisi così diversa da quelle precedenti, più violenta e soprattutto molto più diseguale. Quelli del commercio, del turismo, dell’intrattenimento, della ristorazione. 

Cerved ha stimato che nel 2020 le Pmi hanno subito un calo delle entrate dell’11%, non molto diverso da quello vissuto dalle grandi imprese, -10,4%, a testimonianza che più delle dimensioni è contato il segmento di mercato, con le agenzie di viaggio che hanno sofferto una diminuzione del fatturato del 51,3%, gli alberghi una del 47,1%, la ristorazione una del 33,8%. A fare media naturalmente hanno contribuito anche quei pochi settori che invece hanno vissuto un incremento, come il commercio online o la farmaceutica. 

E così l’Istat ha calcolato quante aziende nei vari comparti dell’industria e dei servizi sono resistenti e solide, e quante invece a rischio, ovvero quali sarebbero in pericolo di fallire con un altro shock esogeno. Manco a dirlo, anche qui a essere messi peggio sono i servizi alla persona, che durante la pandemia hanno sofferto la paura del contagio, e la ristorazione. 

Ma quando sta per iniziare l’agognata ripresa è il momento di guardare anche alle condizioni strutturali delle nostre imprese. Perché il rimbalzo del fatturato ci sarà, soprattutto per coloro che hanno subito più di tutti la crisi, ma rimarranno alcune condizioni di fragilità, che non c’entrano con la pandemia, o non solo con essa perlomeno, e che infatti colpiscono tipologie di aziende diverse da quelle più interessate dalla recessione del 2020

Se il margine operativo lordo cala da anni

Istat stessa per esempio trova risultati diversi quando calcola la percentuale di imprese che ha subito cali importanti del fatturato, superiori al 10%, e quelle sono effettivamente in una situazione di rischio operativo

Se nel primo caso parliamo del 46,2% anche per quelle grandi, con più di 250 addetti, e si arriva al 62,2% tra quelle micro con meno di 10, il divario tra le imprese in base alle dimensioni appare più ampio se si considera il rischio operativo. E si va dal 10,7% (per quelle più grandi) al 34,2% (per quelle micro). 

Questo perché il calo delle vendite è solo una parte della storia. Ci sono condizioni pre-esistenti che hanno inciso e incidono anche più della crisi. E che incideranno nella ripresa. E non si tratta solo del tema delle dimensioni delle imprese, che è un co-fattore, ma non l’unico e il più importante.

L’indicatore forse più rilevante, ancora più del fatturato, cui guardare, è il margine operativo lordo. Che mostra l’effettiva redditività di un business.

Cerved ci dice che già prima della pandemia, nel 2019, il MOL era diminuito del 19,4% per le Pmi italiane rispetto al 2007. Con un picco negativo nelle costruzioni, ma riduzioni superiori al 20% anche nei servizi e nell’industria. 

Il 2020 non ha fatto altro che peggiorare un quadro già non esaltante: il margine operativo lordo è sceso del 21,3% rispetto al 2019 per le aziende piccole, e del 17,9% per quelle medie. Questo nonostante la riduzione dei costi, come quelli del lavoro grazie all’uso della Cassa integrazione. 

Anche se l’indebitamento rimane a bada

D’altro lato le Pmi italiane sono diventate nel corso degli anni anche finanziamente più solide. È una buona notizia. Cerved rileva come, anche a causa del credit crunch che ha caratterizzato la crisi del 2008-2013, che del resto ha fatto molta selezione tra le aziende, il rapporto tra debiti finanziari e patrimonio netto in media è sceso dal 115% del 2007 al 61% del 2019. 

Sono leggermente diminuiti anche rispetto al MOL, nonostante la riduzione di quest’ultimo. E così sono calati grazie al calo dei tassi gli oneri finanziari, sempre rispetto al margine operativo lordo. 

La crisi del 2020 non è riuscita a peggiorare le cose in modo irreparabile dal punto di vista del primo indicatore, il rapporto tra debiti e patrimonio netto, che è salito al 68,3% in media. Ovviamente con un picco del 117,5% per le imprese che hanno subito un crollo del fatturato più grande, del 25%. 

Ad avere performance peggiori è invece quello tra debiti e Mol, che è salito da 3,2 a 4,5. Ovvero i primi sono di 4,5 volte maggiori del secondo. Peggio che nel 2007, quando erano 3,5 volte di più, e quando nonostante le imprese fossero molto più indebitate avevano tuttavia una redditività più alta.

In sostanza le aziende sono diventate più solide, e in parte lo rimangono anche dopo il 2020, ma fanno meno margine. Sono più ferme. 

Servono più investimenti, e più capitali per sostenerli.

Nonostante la capitalizzazione delle Pmi rispetto agli anni 2000 sia cresciuta, il ricorso alla leva finanziaria rimane comunque superiore a quello che si riscontra negli altri Paesi europei. 

A sottolineare il problema della sottocapitalizzazione è la Banca d’Italia, che recentemente ha rilevato come le imprese in tale condizione, ovvero quelle che non potrebbero coprire tutti i debiti anche vendendo ogni asset, fossero il 7,2% nel 2018, ma dovrebbero essere cresciute oltre il 12% con la pandemia, con le stime ancora non possono essere esatte anche perchè risentono dalle misure anti-crisi che sono state e vengono messe continuamente in atto.

Un aumento deciso c’è stato comunque, e sono quasi il 10% i lavoratori impiegati in imprese sottocapitalizzate, quindi in pericolo. 

Un afflusso più deciso di capitali pubblici e privati appariva una priorità già prima della crisi, ma dopo la pandemia è ancora più urgente. 

Servono non solo per salvare le imprese troppo sottocapitalizzate, ma anche per effettuare quegli investimenti necessari a risollevare la redditività delle imprese, che è il vero problema delle piccole e medie imprese italiane. 

Investimenti che dovranno renderle più avanzate, che dovranno aiutarle a effettuare quella transizione tecnologica su cui per decenni l’Italia è rimasta indietro, per arrivare nei pressi della frontiera tecnologica, dove i margini possono essere più alti

Servono anche per fare nascere nuove imprese, nuove startup, perché spesso conviene cominciare da zero invece di provare a ristrutturare qualcosa di obsoleto. 

A livello europeo con il piano Next Generation Eu questa esigenza è stata in parte capita, ma si tratterà di investimenti pubblici, quanto mai necessari ma non sufficienti. Per essere veramente efficace dovranno riuscire a stimolare anche il decollo di quelli privati. Quelli che per tanto tempo sono stati troppo latitanti nel nostro Paese.

 


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