Solo un terzo dei lavoratori ha meno di 40 anni. A fare eccezione l'ICT, dove guarda caso le startup sono più presenti

Gianni Balduzzi 12/03/2021

In Italia secondo gli ultimi dati risalenti all’estate del 2020 vi erano circa 22 milioni e 189 mila lavoratori. Di questi però solamente 7 milioni e 479 mila avevano meno di 40 anni, un terzo. Certamente la pandemia non ha aiutato, colpendo in modo più che proporzionale proprio gli occupati più giovani, con posti di lavoro meno garantiti, molto più spesso a termine, i primi a essere sacrificati, e quelli maggiormente impiegati nei settori più colpiti dalla crisi, come ristorazione, turismo, intrattenimento. 

E tuttavia anche prima della pandemia le proporzioni non erano molto diverse. Gli under 40 a fine 2019 erano il 34,4% del totale degli occupati. 

Una percentuale che già si era ristretta in modo impressionante se confrontata a quella di non moltissimo tempo fa, al periodo precedente alla crisi finanziaria iniziata il 2008 quando invece i lavoratori tra i 15 e i 39 anni erano più di 10 milioni, il 47,2% del totale

Il cambiamento che vi è stato non è giustificabile solo con il cambiamento demografico. Il numero di italiani in questa fascia di età è diminuita nel frattempo di circa il 16%, ma quelli che in tale segmento hanno un lavoro sono crollati del 24%.

Il peso delle crisi e della bassa produttività

Le ragioni le conosciamo, in fondo in parte non sono molto diverse da quelle che hanno portato i giovani a essere tra le principali vittime anche della crisi attuale, quella legata al Covid. E quindi come già detto la precarietà, l’aumento della proporzione di under 40 con un contratto a termine, in particolare tra le donne, l’incremento dell’inattività. Ma questi sono solo i sintomi della malattia principale, ovvero la bassa produttività della nostra economia.

Che è quella che ha impedito al sistema di assorbire e adattarsi al peraltro assolutamente necessario aumento dell’età pensionabile che ha riempito le fabbriche e gli uffici di lavoratori con i capelli bianchi, prima, in epoca di pensionamenti precoci, molto meno presenti. Nei momenti di crisi peggiori, come quello attuale e quello del 2008-2009 e 2011-13, quello dell’occupazione è diventato quello che non dovrebbe mai essere, un gioco a somma zero, in cui all’incremento di una componente di lavoratori deve corrispondere il calo di un’altra. E quest’altra sono sempre stati i giovani.

Non in tutti i settori i giovani sono una rarità

E tuttavia lo scenario non è negativo ovunque. Ci sono settori in cui i giovani dicono la propria, guarda caso quelli in cui la produttività è più alta e conta di più. 

Nell’ambito della programmazione e della consulenza informatica su 346 mila lavoratori gli under 40 secondo gli ultimi dati del 2020 sono 159 mila, ben il 46%.

Certo, nel 2008 erano il 62,2%, prima della crisi finanziaria, ma c’è una differenza con altri settori: questo è cresciuto molto negli anni, rimanendo anche piuttosto indenne alla crisi scatenata dal Covid, e i giovani coinvolti non solo sono di più in percentuale che altrove, ma sono anche aumentati in valore assoluto. Del 32% tra il 2013, nel picco della crisi del debito, e il 2019.

Nello stesso periodo i 15-39enni occupati sono diminuiti del 7,1% circa. 

Laddove quindi il settore informatico e dell’ICT in generale riesce a crescere di più viene maggiormente alleviata quella crisi occupazionale generazionale che sta colpendo da diverso tempo i giovani. Non è un caso che in Francia, dove i giovani occupati in questo settore tra 2013 e 2019 sono aumentati del 56% oggi gli under 40 sono 60% degli occupati nella programmazione e nella consulenza informatica.

Anche più che in Germania, dove sono il 49,5%.

Le startup crescono soprattutto nei settori con più giovani

E non è probabilmente un caso il fatto che è proprio in questo settore che anche in Italia si concentra la maggioranza relativa delle startup, ed è sempre in questo che le startup rappresentano la quota più alta di nuove società di capitali, il 40,2% secondo l’ultimo report del Mise di fine 2020.

Appare molto chiaro quindi come investire in imprese innovative vuol dire in buona parte dei casi investire in quei settori in cui i giovani sono più presenti e crescono più che altrove, in controtendenza rispetto alla media. 

Non si tratta solo di una scelta di diversificazione del proprio portafoglio, per sfuggire a rendimenti sempre più bassi, di fatto la ricaduta sistemica è anche maggiore di quella che si avrebbe con altre scelte di allocazione dei propri risparmi.

E questo appare vero per l’investitore privato come per lo Stato che in molti Paesi europei è tra coloro che soprattutto con la crisi pandemica e, c’è da giurarci, con il Next generation EU, è per forza di cose sempre più protagonista, e a ragione.

Meglio investire che sussidiare

La convenienza per il settore pubblico sta appunto nel fatto che la crescita delle startup, soprattutto in ambito tecnologico, riesce a incrementare l’occupazione e le competenze soprattutto tra i giovani, ovvero coloro che più di tutti rientrano nei ranghi degli inattivi e dei disoccupati, coloro che in forza di questo sono tra i maggiori beneficiari di sussidi, almeno nei Paesi in cui in welfare avanzato è presente. L’Italia non è mai stato tra questi, ma con l’estensione della NASPI e da ultimo con l’allargamento della cassa integrazione, che potrebbe sopravvivere in parte dopo il Covid, ha cominciato e dovrà sempre più occuparsi degli effetti e dei costi della disoccupazione giovanile

Provare a incrementare l’occupazione è nel lungo periodo più conveniente che occuparsi solo di sussidi per chi ha meno di 40 anni. Sempre che non si decida come in passato di non fare nè l’una nè l’altra cosa. Ma ormai non ce lo si può più permettere.

 

 

 


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