Una maggiore occupazione femminile fa bene all'economia, servono ancora più donne laureate

Redazione BacktoWork 02/07/2021

Appare ormai assodato e generalmente accettato il fatto che incrementare la partecipazione delle donne alla forza lavoro non è solo eticamente giusto e una questione di pari diritti e opportunità, ma anche conveniente per tutta la società, uomini in testa

Le ragioni sono molte. Vi è innanzitutto una questione di minore costo opportunità, che è quello che si crea quando un Paese rinuncia a impiegare una quota così importante della popolazione in età lavorativa, rinunciando a usare i talenti e le potenziali competenze di coloro che non sono occupate, un costo che nel nostro Paese è altissimo. 

Con un tasso di occupazione femminile inferiore al 50% ogni impresa, ogni Pubblica Amministrazione, ogni ente di ricerca, ogni posto di lavoro rinuncia all’utilizzo delle risorse umane che possono scaturire da circa 9 milioni di donne. 

Il World Economic Forum inoltre ricorda che le skill delle donne sono in parte anche complementari e non solo aggiuntive rispetto a quelle degli uomini, e avere lavoratrici non beneficia l’economia solo per l’aumento di percettori di reddito (e contribuenti, naturalmente), ma anche e soprattutto per l’incremento di produttività che tale diversità di competenze porta con sé. Incremento che interessando tutto il sistema può portare anche a incrementi dei salari di coloro che sono già occupati, quindi in primis gli uomini.

E sappiamo quanto proprio la produttività sia quella che è mancata all’Italia negli ultimi 25 anni. Forse non è una coincidenza se il Paese con la minore occupazione femminile è stato anche quello con l’aumento di produttività (e quindi di Pil) più basso. 

Avere più donne al lavoro poi sarebbe cruciale proprio per quelle società occidentali come la nostra in veloce invecchiamento. Ovunque, non solo in Italia, questo ha provocato una minore crescita e un welfare sempre più costoso. Con la fascia in età di lavoro, quella su cui pesa il mantenimento della sempre più vasta popolazione anziana, che si fa via via più piccola, non ci si può più permettere il lusso di rinunciare all’impegno di milioni di persone. 

Un buon segno, le donne sono più istruite degli uomini

Che possono invece essere utili e produttive, però, a una condizione, ovvero che siano anche istruite

Ecco che qui entra in gioco l’altra carenza che strutturalmente ci caratterizza, la bassa percentuale di laureati. Solo il 28,9% degli italiani tra i 25 e i 34 anni ha un titolo di studio universitario. Contro il 49,4% dei francesi, il 47,4% degli spagnoli e una media europea del 40,5%.

E tuttavia proprio in questo ambito emerge un trend positivo, almeno per la parità di genere. Le donne si laureano più degli uomini, e il gap a loro favore si è nel tempo allargato molto. 

Se nel 2000 aveva completato gli studi universitari il 9,3% degli uomini (sempre tra i 25 e i 34 anni) e il 12% delle donne, 20 anni dopo le due percentuali sono diventate rispettivamente il 22,9% e il 35%. 

Vi è un vantaggio femminile che è anche superiore a quello medio europeo.

E laurearsi pare faccia bene all’occupazione femminile. Se quella complessiva è del 49,4% l’occupazione delle laureate è del 75%. E il beneficio di avere studiato è maggiore proprio per le donne che per gli uomini perché con la laurea il tasso di occupazione delle prime cresce del 25,4% , mentre per i secondi aumenta del 16,6%. 

Quale sarebbe l’effetto non solo sui dati riguardanti il lavoro, ma anche sui redditi di tutti e sulla crescita se a essere laureate fosse più di metà delle donne, come è in tanti Paesi?

Una maggiore istruzione consente di resistere meglio alle crisi

Tra l’altro nel tempo è stata la posizione occupazionale delle donne più istruite quella che ha resistito meglio alle varie crisi, prima quella finanziaria e poi quella pandemica. 

Se nella fase di crescita precedente al 2009 in realtà l’occupazione delle diplomate era aumentata meglio di quella delle laureate, del 4,7% tra 2000 e 2008, contro lo 0,3%, al contrario tra quella data e oggi, in questi 12 anni così tormentati, sono state le seconde a mettere a segno performance migliori. Con un ulteriore incremento del 0,6% del loro tasso di occupazione, mentre per le diplomate, che sono state più esposte ai marosi delle recessioni, vi è stato un calo del 3,6%. Nonostante partissero già da livelli più bassi.

E questo vale soprattutto per le più giovani, quelle tra i 25 e i 29 anni. Tra queste il tasso di occupazione è crollato del 10% se consideriamo solo le diplomate, e solo del 2%, tra l’altro solamente nella crisi finanziaria precedente e non in quella pandemica, se invece parliamo delle laureate.

La sostanza è che nonostante le donne siano state più esposte all’ultima recessione, perché maggiormente presenti in settori che si sono dimostrati ora più fragili, come commercio o turismo, e nonostante soprattutto in giovane età tendano a lavorare con contratti più precari degli uomini, se però riescono ad assumere competenze, a specializzarsi, diventano maggiormente indispensabili al tessuto produttivo, perché portano skill preziose, che sanno resistere alle crisi.

La buona notizia è che un trend positivo, con l’aumento progressivo della percentuale di donne laureate, c’è, quella brutta è che nonostante tutto a parità di istruzione l’occupazione femminile rimane inferiore di quella maschile. 

Del resto non è solo ed esclusivamente una questione di studi, ma anche di welfare, che consenta la compatibilità tra lavoro e famiglia, e una pari distribuzione dei carichi familiari tra uomo e donne. 

Ma proprio per questo serve una maggiore crescita economica, che, come in un circolo virtuoso, può essere favorita però esattamente da un più grande coinvolgimento della forza lavoro femminile.


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